Caso Folarin Balogun: il centravanti della nazionale Usa espulso nei sedicesimi contro la Bosnia-Erzegovina. Regola chiara, automatica, millenaria: un rosso significa squalifica per la partita successiva. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto affrontare il Belgio agli ottavi senza il loro bomber più in forma. Invece, lo zio Donald alza il telefono, chiama il suo amico Gianni Infantino e la Fifa cambia spudoratamente le carte in tavola. Con una mossa senza precedenti dal 1962, la squalifica viene sospesa. Balogun giocherà. E Donald Trump, da vero bullo a stelle e strisce ringrazia pubblicamente dal suo scranno digitale, Truth Social: “Grazie alla Fifa per aver fatto ciò che era giusto e per aver posto rimedio a una grave ingiustizia”. La Fifa si è arrampicata sugli specchi di un cavillo regolamentare, ma c’è una clamorosa imbarazzante vergognosa telefonata che la sbugiarda. È il solito compromesso in nome del Padrone di turno. Accadeva già in Qatar, con i divieti contro i bracciali arcobaleno per non indispettire i signori del petrolio e dei fondi d’investimento transnazionali, allergici per legge religiosa ai diritti civili. Oggi si passa dal turbante al cappello da cowboy: fonti accreditate da Ap, New York Times e The Athletic hanno precisato che l’Imperatore degli Stati Uniti ha telefonato a Infantino, a poche ore dall’espulsione. La prossima volta gli chiederà di poter schierare 48 giocatori, come si fa nel football, detto appunto americano. Sì, perché Trump continua a definire soccer questo sport per non americani. E la Fifa, sempre più genuflessa ai politici, ai soldi e ai brand, ha risposto inventandosi quest’arbitrio. Non un annullamento formale del rosso, ma qualcosa di più subdolo e altrettanto efficace riportato nell’articolo 27 del Codice Disciplinare: ovvero il Comitato Disciplinare può sospendere l’esecuzione di una sanzione, sottoponendo l’interessato a un periodo di prova. Formalmente l’espulsione rimane: ma contro il Belgio Balogun giocherà e magari segnerà.
Il mondo del calcio è insorto. In primis il Belgio, ma le reazioni di sdegno hanno coinvolto molte altre federazioni e personaggi di spicco. Jürgen Klopp è intervenuto duramente: “Questa è la nostra partita, non la loro. Queste due persone, che di calcio non capiscono nulla, non dovrebbero avere niente a che fare con questo sport. Era un rosso. Punto”. Gary Neville, icona del calcio inglese, ha commentato secco: “Puzza”. Persino l'ambiente britannico - solitamente istituzionale - si è unito al coro di sconcerto per una simile ingerenza politica. Il timore, fondato, è che questo precedente apra le porte a interventi governativi ogni volta che una superpotenza vedrà espulso un proprio giocatore chiave. Qui sta il paradosso più amaro. Donald Trump è riuscito a piegare governi e leader europei con minacce tariffarie, dazi e pressioni sulla Nato. Cancellieri tedeschi, presidenti francesi e premier occidentali hanno spesso preferito la via della realpolitik alla coerenza pur di evitare guerre commerciali o scontri aperti. Ma se la politica e la federazione si inginocchiano, il mondo del calcio respinge il ricatto. Per quanto corrotto e commercializzato, conserva ancora nell'opinione pubblica mondiale un’idea di universalità, a partire dalla più basica, ovvero: le regole devono valere per tutti. O almeno, lo si pretende. A Trump non frega nulla del calcio, anzi del soccer: lo usa come puro opportunismo elettorale per intercettare il voto latino. Per decenni ha snobbato questa disciplina, considerandola uno sport per europei e immigrati. Oggi, invece, indossa la maschera del salvatore della patria difendendo Folarin Balogun – un ragazzo nato a New York da genitori nigeriani, non esattamente l'identikit dell'elettore Maga.
In difficoltà nei sondaggi, Trump sa che il calcio è lo sport più seguito dalle comunità ispaniche in Stati chiave come Florida, Texas, California, Arizona e Nevada. Il broglio Balogun vale più di mille comizi. Il messaggio è chiaro: Make America Great Anche Nel Soccer. Questa grazia non cancella solo una squalifica, cancella l’illusione dell'uguaglianza sul campo. Eppure, chi si stupisce oggi della sottomissione di Zurigo ai desideri della Casa Bianca ha la memoria corta. Le avvisaglie del potere politico di Trump sulla Fifa c'erano da tempo. Bisognerebbe ricordare quando nel 2025 Gianni Infantino – in un momento di fantozziano servilismo, consegnò a Donald Trump il Fifa Peace Prize. Sì, proprio a lui. Una patacca consolatoria per il megalomane che pretendeva il Nobel, celebrata mentre in un mondo incendiato da guerre in cui Washington muove i fili, dall'Ucraina al Medio Oriente. Se il presidente del calcio mondiale premia per la pace l'uomo dei muri, dei dazi e della polarizzazione globale, non ci si può stupire dunque se oggi, davanti a una telefonata del capo del pianeta, si metta sull'attenti per cancellare un cartellino rosso. Ma almeno il Belgio si ritroverà per una volta con miliardi di tifosi dalla sua parte che guferanno contro gli Usa di Trump. E che vinca il meno peggiore.