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20 giugno 2020

Non te ne andare,
Alex

  • di Giulia Toninelli Giulia Toninelli

20 giugno 2020

Nel giorno in cui dal Policlinico di Siena giunge la notizia delle dimissioni di Alex Zanardi e del trasferimento presso un centro specialistico per la riabilitazione, riproponiamo "una preghiera" scritta in quella maledetta notte di un mese fa. Una preghiera che è stata di tutti e che, a giudicare dal cauto ottimismo che trapela dal bollettino diffuso oggi, merita d'essere letta ancora. Dai Alex, dai!

Foto di Toni Thorimbert

Non te ne andare, Alex

Stanotte non ho dormito un granché. 
Non te ne andare docile, Alex - mi sono ripetuta - non te ne andare docile in quella buona notte. 
Scrollo il telefono, tenendo un solo occhio aperto per proteggermi dalla luce, in cerca di una notizia che non voglio davvero trovare. 

Alle due, poi alle tre, alle tre e quaranta, alle quattro e cinque. 
Non te ne andare docile tu che docile non lo sei mai stato. 
Ancora oggi, forse soprattutto oggi, l’incidente al Lausitzring è l’unico in tutta la storia del Motorsport che non riesco a riguardare. Per rimettere Alex in pista dopo quel massacro ci sono volute quindici operazioni, due tagli netti, quattro giorni di coma e un’estrema unzione finita male. 
Sangue, grida, speranze, disperazione. E poi la rimonta. Mai docile come la notte che cerca di portarlo via. Ruggente come al Lausitzring, quasi vent’anni fa, a dire a voce alta che i supereroi non sono quelli che vincono i mondiali di Formula 1. 

Riaccendo il telefono: quattro e quarantadue. Penso che anche Schumacher, il campione dei campioni, quando correva stava sulle palle a qualcuno ma che non ho mai sentito una persona dire di non sopportare Alex Zanardi. Non che non si sia mai esposto, non che sia un personaggio costruito, dai bordi smussati. Ma forse semplicemente ci sono persone a cui si vuole bene da lontano, che senti vicine in un modo difficile da spiegare. È il paradosso dell’amore: mica puoi decidere a chi lasciare un pezzetto di te. Che pensiero frivolo, banalissimo, vero. Io per spiegarmelo mi rigiro nel letto. Pregare può essere utile? Forse usare Dio solo quando fa comodo poi un giorno mi tornerà indietro. Ma stanotte mi sembra ci sia una buona motivazione per chiamarlo in causa e decido di provarci lo stesso.

Ai Caschi d'oro, tre mesi dopo l'amputazione, si alza in piedi e dice: “Sono così emozionato che mi tremano le gambe”. Che figata essere un supereroe

Che ore sono? Cinque e venti. 
Mi torna in mente un video bellissimo, che avrò rivisto centinaia di volte con le lacrime agli occhi. 
Cerco su google Schumacher / Zanardi e trovo le dichiarazioni di qualche giorno fa. Alex che pensa a voce alta e si intrististe parlando di Schumi:  “La vita a volte riserva un destino beffardo, appare maledetta e bastarda, ma devi amarla lo stesso”. 
Mi viene un groppo in gola e cerco di buttarlo giù. Maledetta e bastarda con lui, maledetta e bastarda con te. 

Cerco di nuovo su google e trovo il video. Caschi d’oro 2001. Michael con un completo chiaro riceve il suo premio ma il protagonista è un emozionantissimo Alex Zanardi. Entra in carrozzina in mezzo all’ovazione di un pubblico in delirio. E poi lo fa. Lo fa davvero. L’ho visto mille volte ma ogni volta non ci credo. Si alza in piedi. IN PIEDI. Tre mesi dopo l’amputazione delle gambe. Sorride, non sa bene cosa dire: “sono così emozionato che mi tremano le gambe”. Ridono tutti. Rido anche io. Ho voglia di vomitare e di piangere ma rido lo stesso. Che figata essere un supereroe. 

Controllo le notizie. Ancora niente. Sono le cinque e trentasette. Manca poco all’alba.

Infuria, infuria, contro il morire della luce. 

A me si chiudono gli occhi. Mi viene in mente una poesia di Alda Merini e decido di cercarla prima di andare a dormire.
Prima però faccio un respiro e mi convinco che “nessuno può uccidere i supereroi” soprattutto nelle notti docili. Decidono loro quando andarsene. E Alex Zanardi è l’unico supereroe che conosco. Se non lui, chi? 

Se la morte fosse un vivere quieto,
un bel lasciarsi andare,
un’acqua purissima e delicata
o deliberazione di un ventre,
io mi sarei già uccisa.
Ma poiché la morte è muraglia,
dolore, ostinazione violenta,
io magicamente resisto. 

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Adesso le parole giuste sono solo due: forza Alex

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Foto di

Toni Thorimbert

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