“Pensavano che saremmo venuti a giocare in smoking. Sappiamo anche mettere le mani nella m*rda quando serve. E anche nel gioco sporco siamo stati superiori”. Parole del Comandante Mbappé, subito dopo la guerra tra Francia e Paraguay. Traduzione: avete provato a destabilizzarci coi vostri atteggiamenti da quartiere malfamato, ma noi veniamo proprio da lì. E abbiamo vinto. Perché questa Francia non è una squadra di calciatori. È una squadra di sopravvissuti. Mbappé cresciuto a Bondy, Seine-Saint-Denis, una delle giungle urbane più dure della Francia. E poi Koundé, Saliba, Upamecano, Koné, Dembélé… tutti loro vengono da quartieri dove la vita vera inizia con le sirene della polizia e finisce con la scelta tra la strada o il pallone. Non sono talenti scoperti a otto anni in una scuola calcio privata con campo in erba sintetica e genitori biondi che applaudono. Sono ragazzi che hanno imparato a gestire la tensione, l’ingiustizia, le provocazioni e le botte, prima ancora di imparare a tirare di destro: giocando in strada contro i più grandi, i cani e parenti o amici che scommettono quel poco che hanno su di te e quindi sei costretto a vincere. I francesi hanno mantenuto la calma. Non si sono fatti provocare. Non hanno perso la testa. Non hanno preso rossi inutili. Hanno aspettato il momento, hanno sfruttato il Var e hanno chiuso. Mbappé ha calciato quel rigore come se stesse tirando contro il muro del cortile di Bondy: freddo, preciso, senza emozioni da vendere. Questo è il vantaggio di essere cresciuti dove la vita ti insegna che se perdi la testa, perdi tutto. Ora provate a immaginare la stessa partita con i nostri bambocci in azzurro. Dall’altra parte gli sgherri guaranì del Paraguay, ragazzi recuperati dalla strada bravi negli scontri e nelle risse, con motivazioni che renderebbero cattivo anche l’uomo più buono al mondo: il portiere ad esempio non viene pagato da mesi. Sarebbe stato un disastro, come ci hanno mostrato i tedeschi. Anche loro hanno mancato di quel testosterone stradaiolo, arrivando da quella sorta di bambagia che va bene per il tennis, ma non per il calcio. Sempre più giovani generazioni di calciatori europei crescono tra academy, stage, etica borghese in cui il fair play è importante. E poi quando perdono dalla squadra dei brutti sporchi e cattivi, la solita litania: “Siamo stati sfortunati”, “l’arbitro…”, “non era il nostro giorno”. E quindi un messaggio ai nostri signori del pallone, quelli che parlano di “identità italiana” e “bel gioco”: studiate la Francia, il suo modello. Fino agli anni Settanta, prima dell’avvento di Platinì, non vinceva niente. Poi la grande riforma e la nascita di centri federali nei cuori delle banlieue: da più di vent’anni pesca i suoi migliori giocatori proprio da quei quartieri che il resto del Paese vorrebbe dimenticare. Li prende, li plasma, gli dà disciplina e un obiettivo. E poi li butta in campo sapendo che quei ragazzi non si spaventano facilmente. Non perché siano più forti fisicamente (a volte lo sono), ma perché mentalmente sono già temprati.
Sì, la Francia ha sempre saputo trarre vantaggio dai cosiddetti stranieri e dai duri di periferia. Già i Normanni, ex vichinghi bravi a saccheggiare, vennero trasformati in mercenari che proteggevano Parigi e divennero il nucleo della futura potenza francese, in cambio di terre e di una nuova religione che ti comprava con oro, affreschi e alleanze. Secoli dopo, la stessa logica ha generato la Legione Straniera. Avendo troppa soldataglia straniera in patria, la reclutarono per farla combattere per la Francia e le sue colonie. Lo stesso modello applicato al calcio: prendere chi arriva dalla strada, temprato dalla vita vera, e trasformarlo in arma vincente. E il Paraguay – che così tanto ci avrebbe impensierito – ha provato a fare la guerra psicologica, fallendo miseramente. Perché contro chi viene dalla guerra vera, le tue piccole finte guerre fanno ridere. Quindi sì: la Francia è andata ai quarti. Meritatamente. Con un gol, con il sangue freddo e con la consapevolezza che quando serve sanno anche loro giocare sporco e senza perdere la testa. I duri vincono. I mollaccioni chiedono scusa nelle interviste. E ora sono a Formentera coi loro simili tedeschi a guardarsi i Mondiali in tv. Fine della storia.