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1 luglio 2026

Woody doveva morire: “Toy Story 5” è così piccolo da passare quasi inosservato

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

1 luglio 2026

Il primo rivoluzionò l'animazione, il secondo fu il seguito perfetto, il terzo aveva il coraggio di dire addio, il quarto era tecnicamente sbalorditivo nonostante la sua discutibile necessità narrativa. Il quinto ha un cuore e qualche idea, ma non trova mai la grandezza. E allora viene da pensare che a Woody sarebbe servito un requiem. Non un jingle da spot

foto di My Movies

Woody doveva morire: “Toy Story 5” è così piccolo da passare quasi inosservato

"Eravate grande".
"Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo”.


La battuta di Norma Desmond in Viale del tramonto continua a essere citata perché contiene una verità che va oltre Hollywood, oltre Billy Wilder e oltre il cinema degli anni Cinquanta. È una frase che torna in mente anche guardando Toy Story 5, perché il problema del nuovo capitolo Pixar non è che sia brutto, cinico o offensivo nei confronti della saga. Anzi. Il problema è molto più difficile da contestare e forse persino più doloroso da accettare: è un film piccolo. Talmente piccolo che rischia di attraversare lo schermo senza lasciare traccia, come se la serie che una volta riusciva a parlare dell'infanzia, della perdita, della morte e del passare del tempo avesse improvvisamente deciso di accontentarsi di esistere.
Per capire perché questo sia un problema bisogna ricordare cosa è stato Toy Story. Quando uscì nel 1995 non era semplicemente un ottimo film d'animazione. Era un cambio di paradigma. La dimostrazione che il computer poteva produrre personaggi vivi, emozioni autentiche e cinema vero. Il secondo capitolo riuscì in un'impresa che ancora oggi sembra impossibile: espandere tutto ciò che funzionava senza tradirne lo spirito. E poi arrivò Toy Story 3, che per molti resta il vero finale della saga. Non perché raccontasse la fine dell'infanzia, come si è ripetuto per anni in maniera quasi automatica, ma perché raccontava qualcosa di più complesso. Andy, il “proprietario” dei giocattoli, non rinnegava il bambino che era stato. Non buttava via Woody e Buzz come si gettano oggetti diventati inutili (anche se forse oggi, per pagarsi il college, li avrebbe messi su Vinted o su Ebay, ma non divaghiamo). Semplicemente capiva che l'amore per quei giocattoli poteva sopravvivere anche senza il possesso. Li affidava a qualcun altro. Trasferiva un legame invece di distruggerlo. Era una lezione di maturità emotiva che pochissimi blockbuster per famiglie hanno saputo raggiungere.
E poi c'era la discarica. Quella sequenza resta ancora oggi uno dei momenti più alti mai prodotti dalla Pixar. Come il vertiginoso finale all'aeroporto di Toy Story 2, è una scena che “supera” il film stesso e diventa immaginario collettivo, grande cinema, semplicemente. Cinema che non si limita a funzionare ma che resta addosso. Persino Toy Story 4, pur essendo un capitolo narrativamente superfluo, aveva dalla sua una perfezione tecnica quasi oscena. La qualità dell'animazione, delle luci, delle superfici, della messa in scena digitale era tale da giustificare da sola una parte dell'esperienza. Si poteva discutere la necessità del film, molto meno la sua esecuzione.

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Jessie, Woody e Buzz

Per questo il vero problema di Toy Story 5 non è che arrivi dopo il quarto capitolo. Il problema è che sembra non avere alcuna intenzione di competere con ciò che la saga è stata. L'idea di partenza, il rapporto conflittuale tra giocattoli e tecnologia, è teoricamente fertile. Dentro quella premessa ci sono domande enormi sul modo in cui i bambini giocano oggi, sulla sostituzione dell'immaginazione con l'intrattenimento passivo, sulla progressiva marginalizzazione dell'oggetto fisico nell'era degli schermi. Eppure, il film non trova mai il coraggio di affondare il colpo. La tecnologia rimane una tesi, un argomento da esporre, non un elemento realmente integrato nel racconto. Si percepisce ciò che il film vorrebbe dire, ma molto meno ciò che riesce a far sentire. Come se la sceneggiatura avesse individuato il tema giusto senza trovare la storia giusta per sostenerlo.
Anche i personaggi sembrano soffrire della stessa indecisione. Jesse viene spinta verso il centro della scena ma senza mai assumere davvero il controllo del racconto. È come se il film volesse affidarle il testimone senza avere il coraggio di lasciarglielo davvero tra le mani. Woody, dal canto suo, paga il prezzo più alto. Non perché sia cambiato, ma perché il film non sembra sapere cosa farsene. Per anni è stato una coscienza, un leader, un personaggio che prendeva decisioni difficili e spesso dolorose. Qui invece appare come una presenza obbligatoria, un marchio da esibire in vetrina. Non guida il racconto, non lo orienta, non lo complica. È come se la Pixar lo tenesse in scena soltanto perché non può permettersi di lasciarlo fuori. Insomma, fa quello che molti collezionisti, in là con gli anni, stanno facendo dal 1996 a oggi: esporlo in una teca di vetro, immobile.
Il risultato è paradossale. Woody non è più il cuore che batte al centro della storia. È una mascotte. Un promemoria ambulante del fatto che stiamo guardando un film di Toy Story. Esiste perché il pubblico si aspetta di vederlo e perché sugli scaffali continueranno a esserci i suoi giocattoli, non perché la narrazione abbia davvero bisogno di lui. E quando un personaggio che per tre decenni ha incarnato amicizia, sacrificio e crescita personale viene ridotto a opzione di merchandising, qualcosa si rompe inevitabilmente. Anche Buzz, purtroppo, finisce risucchiato nello stesso destino, ridotto a una funzione più che a una presenza.
Ancora più grave è l'assenza di nuovi personaggi capaci di lasciare il segno. Uno degli aspetti che aveva sempre distinto Toy Story era la capacità di introdurre figure immediatamente memorabili, da Jessie a Bullseye, fino a Lotso o allo stesso Forky. Qui invece si fatica a individuare qualcuno destinato a sopravvivere oltre i titoli di coda. Fa quasi sorridere che il personaggio più facile da ricordare sia il dispositivo progettato per aiutare i bambini a fare i bisogni.

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Tom Hanks con Woody

Nel frattempo il film continua a portarsi dietro un esercito di comprimari accumulati negli anni e ormai ridotti a semplici presenze decorative. Molti personaggi introdotti nel terzo e nel quarto capitolo occupano spazio senza avere una reale funzione narrativa. Sono lì perché esistono, non perché servano. È un difetto che racconta bene il momento attraversato dalla saga: una serie che continua ad aggiungere elementi senza riuscire a trovare un motivo convincente per utilizzarli.
E forse la prova definitiva arriva proprio dalla scena iniziale, una delle più riuscite dell'intero film. Un container caduto da una nave cargo viene inghiottito dal mare e finisce su un'isola deserta. Al suo interno ci sono decine di Buzz Lightyear, tutti identici, tutti programmati per la stessa missione, tutti improvvisamente tagliati fuori dal mondo. È una premessa folgorante perché trasforma un incidente logistico in una piccola odissea esistenziale. Quei Buzz non sanno di essere stati dimenticati. Continuano a interpretare la realtà attraverso la missione per cui sono stati progettati. Per qualche minuto Toy Story 5 sembra persino diventare un altro film, più strano, più malinconico e più ambizioso.
Il paradosso è che quella è probabilmente la storia più interessante che il film abbia da raccontare. L'idea di questi Buzz naufraghi, persi su un'isola e costretti comunque a una missione ormai priva di significato, possiede un fascino che la trama principale non raggiunge quasi mai. Viene inevitabilmente in mente Il robot selvaggio, non perché le due storie siano uguali, ma perché condividono la stessa intuizione di fondo: personaggi abbandonati in un ambiente ostile che cercano di ridefinire la propria identità. C'è più mistero, più immaginazione e perfino più emozione in questa backstory che in gran parte del racconto dedicato a Woody e compagni. Ed è difficile non uscire dalla sala con la sensazione che il film migliore fosse nascosto ai bordi dell'inquadratura.
Alla fine, non si esce dalla sala arrabbiati. Sarebbe stato quasi meglio. Non si esce nemmeno delusi. Si esce con una sensazione più strana: quella di aver assistito a un'opera realizzata con cura, professionalità e perfino affetto, ma incapace di trovare una ragione davvero necessaria per esistere. Toy Story 5 non tradisce la saga. Semplicemente non riesce ad aggiungere nulla alla sua grandezza. Alcune storie meritano una fine. Woody l'aveva già avuta. Continuare a riportarlo sul palco non lo rende immortale ma lo trasforma in un logo. E non esiste destino più triste per un personaggio che per trent'anni era stato “una persona”. A Woody sarebbe servito un requiem, non un jingle da spot.

https://www.youtube.com/watch?v=qyCAv_YrKCQ&t=1400s

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