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27 aprile 2025

E se il Papa fosse sempre più della gente e dei media? Ecco perché con The Young Pope, Sorrentino ci aveva visto lungo

  • di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

27 aprile 2025

Ancora una serie, ancora il cinema per capire il presente. Il nostro, in cui tutto alla fine è spettacolarizzazione. Tutto è comunicazione. Anche la Chiesa, persino il Papa. E se ci fosse una rivoluzione ora, se come in The Young Pope con Lenny Belardo (Jude Law) si tornasse a una narrazione più spirituale e molto meno mediatizzata?
E se il Papa fosse sempre più della gente e dei media? Ecco perché con The Young Pope, Sorrentino ci aveva visto lungo

E se, in una società dove tutto è esposto, non essere visti fosse davvero la vera rivoluzione? “Non ho immagine, perché non sono nessuno. Solo Gesù Cristo esiste. Io non valgo nulla”, dice Lenny Belardo in The Young Pope. E ancora: “Non mi vedranno, perché io non esisto”. Davanti allo stupore di chi la serie di Sorrentino l’ha vista compiersi su uno schermo, viene da chiedersi: cosa significherebbe avere un Papa senza trovare ovunque la sua immagine? Dietro l’assenza di invasione mediatica, di selfie durante la cerimonia funebre del Santo Padre, di trend social, potrebbe celarsi l’idea di una nuova Chiesa davvero innovativa e contemporanea? “Per sopravvivere — afferma Belardo — il Vaticano ha bisogno che la sua guida si renda irraggiungibile come una rockstar. Il Vaticano vive di iperboli: dobbiamo crearne una nuova, ma rovesciata”. In questo senso, con The Young Pope, Sorrentino ci aveva visto lungo: oggi un Papa sembra appartenere  sempre di più alla gente e ai media. Un leader globale, osservato continuamente da una comunità in ogni momento e in ogni luogo. Oggetto di meme, soggetto di tazze e piatti. Papa Francesco è stato il Papa più “social” della storia, probabilmente per essere al passo coi tempi: iniziò il suo pontificato nel 2013, in piena esplosione di Instagram e delle nuove piattaforme, e lo ha concluso oggi, dodici anni dopo, in una società completamente assuefatta agli schermi. Meglio se piccoli. Meglio se portatili.

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Jude Law in The Young Pope Dalla serie di Paolo Sorrentino

Del resto, lo diceva Umberto Eco, lo ripete la gente comune: tutto è parola, tutto è comunicazione. È la narrazione a dominare. Non è difficile, allora, immaginare e sostenere che la visibilità mediatica, le aspettative del pubblico, i social network e l’opinione globale contribuiscano a plasmare l’immagine di chiunque, persino quella di un Papa. Discorso che si fa da tempo, certo. Basta pensare a una figura come Berger che capì, dopo scritti e diversi anni, che non è vero che a più modernità corrisponde meno religione. Perché la Chiesa (pare che la fede cattolica stia aumentando nel mondo) non è più soltanto una comunità di credo, ma anche un prodotto culturale, chiamato a rispondere alle esigenze di una società che fatica a distinguere tra spiritualità e spettacolo. A dimostrarlo ci viene in aiuto ancora Lenny Belardo, Papa conservatore e intransigente (profilo che preferiremmo non avere come successore del grande Bergoglio), ostile a ogni forma di apertura. Figuriamoci il suo rapporto con i social media, i gadget vaticani e la cultura dell’immagine. Indimenticabile la scena in cui Belardo riflette sul tema del merchandising, sostenendo che l’unico “prodotto” legittimo legato al Papa dovesse essere l’assenza stessa di un’immagine. Non essere rappresentati: né l’uomo, né il Pontefice. Un’idea di aniconismo moderna, non più applicata al divino, ma agli esseri umani. E se così fosse? O meglio, se si limitasse un po' almeno nella fede, nella spiritualità, tutta questa sfera spettacolarizzata che ci portiamo addosso?

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Silvio Orlando in The Young Pope Dalla serie di Paolo Sorrentino

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